Lunedì, 12 Settembre 2016

La nostra Italia

Ciò che eravamo, ciò che siamo e ciò che non saremo.

Venne denominata Prima Repubblica. La classe dirigente che succedeva ai padri costituenti, alla strenua e un po' folcloristica opposizione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, in tempi di guerra freddissima e Don Camillo versus Peppone.

Un paese ingenuo alla radice, facile vittima di predatori professionisti che, spacciandosi per politici facenti l'interesse comune, in realtà hanno economicamente scavato quel baratro dal quale il paese non si riprenderà mai. La Prima Repubblica era quadripartitica e pentapartitica, fatta di governi a scadenza annuale o addirittura balneare, tali da perché duravano il sospiro di un'estate. Era il C.A.F. di Craxi, Andreotti e Forlani. Di un'Italia da spolpare fino all'osso. Finì come finì, per mano dei magistrati piuttosto che di un elettorato tanto distratto quanto, in fondo, impotente. Qualche tempo prima arrivò la Lega Nord che minacciava sconquassi, separazioni fisiche tra nord e sud, ma soprattutto fiscali. C'era Umberto Bossi che intercettava il malcontento anche di insospettabili di sinistra. Umberto Bossi che aprì, involontariamente perché lui non fece nulla di volontario, la strada alla cosiddetta Seconda Repubblica. Una classe dirigente scacciata via dal portone principale rientrava truffaldinamente dalla classica finestra. Per mano dell'uomo forte e di successo di nome Silvio Berlusconi, scontato vincitore da un milione di posti di lavoro promessi (in beffarda cartolina) sulla "gioiosa" macchina da guerra sinistroide a sbandamento continuo guidata da Achille Occhetto, look da sfigato nel periodo sbagliato. Dalla spartizione del bottino ai festini poco eleganti da basso impero, tutto per ossequiare l'insana passione del Capo per gli organi anatomici femminili. Intanto, ovviamente, la corruzione non solamente morale raggiungeva l'apice, rendendo il paese ancora meno abitabile di quel che era stato. Qualcuno, nel quasi ventennio che partiva dal 1994, ha provato a raddrizzare un minimo la baracca. Ma è durato, comprensibilmente, molto poco. Perché il grosso del Potere non poteva permettere che qualcuno andasse contro gli interessi dei manovratori. Dopo Romano Prodi, il prode Massimo D'Alema; quindi ancora Silvio Berlusconi poi la crisi economica internazionale, il crollo dello spread, Mario Monti e poco altro ancora. Il tempo scorre, gli ex leader (definiamoli così, con grande immaginazione) invecchiano e non arrivano buone nuove. Le ennesime elezioni svolte con una legge elettorale chiamata Porcellum e per ammissione del suo stesso creatore concepita per seminare il caos, fotografano una situazione, tanto per cambiare, di ingovernabilità. Si affaccia alla ribalta l'astro nascente Matteo Renzi, giovane democristiano degenere nell'animo pronto a mascherarsi da rottamatore/innovatore del panorama politico italiano. Dovremmo essere agli albori della Terza Repubblica, quella dei giorni che viviamo ora e che potremmo definire "dei figli di papà".

Un premier, appunto Matteo Renzi, che governa senza un mandato popolare. Al suo fianco giovani madonnine da esposizione come Maria Elena Boschi e Marianna Madia, figlie della buona borghesia con qualche affatto piccolo scheletro nell'armadio di famiglia e/o raccomandazioni ad abbondare. Personificazioni dell'arrivismo, al pari del leader. Genialmente il governo Renzi promulga un job's act che smantella gli ultimi brandelli di diritto rimasti al lavoratore. Libertà alle imprese di licenziare e assumere. Forse avrebbe avuto qualche possibilità di funzionare in un paese scandinavo, dove esiste una classe imprenditoriale in sintonia con i bisogni della popolazione. Non in Italia. La fuga verso l'estero delle giovani menti prosegue, ma si fa finta di niente, continuando a promettere. Tipo quella che una modifica costituzionale malata alla radice e studiata solo per instaurare un premierato forte (un Renzi al potere senza limiti temporali?) possa risultare la panacea di tutti i mali atavici del nostro Stivale. Nonché addirittura salvifica nella guerra impossibile al terrorismo dell'Isis (Maria Elena Boschi dixit). Ottimo. Ancora meglio se l'alternativa politica si chiama Movimento Cinquestelle - tutti i diritti di sfruttamento del marchio regolarmente registrato spettano al comico Beppe Grillo e al defunto guru Gianroberto Casaleggio - che propone inguardabili dilettanti allo sbaraglio ad amministrare un piccolo centro come Roma, con corollario di diaspore interne su poltrone, avvisi di garanzia pregressi per assessori di fresca nomina e prontamente taciuti (ma non erano per la moralità senza se né ma, i Cinquestelle?) e tante altre belle cose ancora.
Se poi ci si vuole guardare ulteriormente attorno, si trovano Matteo Salvini e Giorgia Meloni, coesi nella sola idea di combattere all'arma bianca un fenomeno migratorio del tutto inarrestabile; una sinistra esistente solo nella fantasia di qualche nostalgico e pochissimi berlusconiani rimasti fedeli al boss ormai fiaccato dagli anni. Sempre viva l'Italia e in alto i cuori, aspettando il momento in cui la gente si sveglierà e prenderà in mano il suo destino. Una Quarta o Quinta Repubblica che, purtroppo, è destinata a non arrivare mai.

 

Quotidiano Pubblico

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