Martedì, 08 Dicembre 2015

Azione e reazione

Il mondo che si adegua al tempo dell'Isis.

Trovare una verità oggettiva nel conflitto che sta opponendo il fantomatico Isis al mondo occidentale - e viceversa - è pura utopia. Esistono tante verità soggettive, e, per questo motivo, suscettibili di palesi strumentalizzazioni. Politiche e non.

Si farebbe uno sforzo riflessivo nettamente minore ad escludere ciò che questa guerra è. Non è, ad esempio, una contrapposizione di tipo razziale o religioso. L'infedele cattolico che vuole contaminare la purezza islamica o il feroce musulmano che attenta alla pacifica tranquillità occidentale sono versioni di comodo, buone per alzare il livello dello scontro da parte di media controllati da individui privi di scrupoli il cui mestiere è quello di seminare vento per poi raccogliere tempesta. E nessuno uccide nessun altro, salvo casi di insania mentale, solo perché il colore della pelle può essere leggermente differente. La questione, assai più prosaicamente, riguarda ricchezza e potere. L'Isis (esercito di liberazione) si autodichiara Is (Stato Islamico) per porre dei paletti ben precisi, non avendo un territorio definito a disposizione. Attraverso la logica del più forte e spietato - decapitazioni in serie, tabula rasa di ogni baluardo culturale - vuole far capire a chi di dovere che il patrimonio mediorientale (leggasi petrolio) è roba loro, che gli appartiene per diritto fisico e divino, secondo una lettura di comodo del Corano. L'occidente, impossibilitato a rinunciare ad una fetta così ingente di ricchezza da sfruttare, non può fare altro che stringere ulteriormente la presa, mettendo in luce solo una mancanza assoluta di lungimiranza nella, comunque difficile, soluzione diplomatica delle problematiche medio-orientali. Questione palestinese su tutte. Le reciproche accuse tra Russia e Turchia - stato che aspira all'ingresso nell'area euro, non dimentichiamolo - denota solo l'adesione al deleterio principio basato sull'assunto "il nemico del mio nemico è mio amico".
Il fatto che qualcuno finanzi pesantemente l'Isis è comunque fuor di dubbio. Altrimenti la loro propaganda non avrebbe questo tipo di presa "popolare" anche nel cuore di paesi europei. La Francia, ad esempio. E veniamo al punto. Il paese multietnico per eccellenza rappresenta da sempre un bersaglio da colpire. Le turpi modalità dell'attacco parigino dello scorso tredici novembre suonano come sinistro avvertimento: l'Isis può colpire dove e quando vuole, indiscriminatamente. Ad azione corrisponde perciò reazione. Il partito del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, peraltro già in testa nei sondaggi prima degli attentati, prende l'abbrivio per una clamorosa affermazione elettorale alla regionali appena effettuate. Lo sguardo è ora puntato direttamente all'Eliseo. Ora che il riflusso si sta fatalmente compiendo - a causa della dissennata politica economica germanocentrica del mercato unico europeo e dell'aumento esponenziale della paura per il "diverso" dovuta al clima generale - qualcuno può pensare che la situazione degli immigrati transalpini sarà destinata a migliorare? L'esatto contrario, con grande gaudio dell'estremismo di segno opposto, che sogna una Francia in fiamme tra xenofobia al potere e minoranze in ribellione permanente.
Tutto ciò mentre negli Stati Uniti, all'indomani di una strage di San Bernardino che pare sempre più assumere i connotati di un'esaltazione estremistica da parte di una coppia di integralisti islamici, il candidato alla presidenza repubblicana per il dopo-Obama Donald Trump se ne esce con la ridicola proposta di vietare l'ingresso ad ogni musulmano sul suolo d'America. Con tutte le conseguenze religiose e razziali del caso, qualora sciaguratamente venisse eletto alla Casa Bianca. Perché a deplorevole azione corrisponde sempre nefasta reazione. E per il futuro c'è parecchio da temere, al di qua e al di là dell'oceano. I fuochi ardono a fiamme altissime e vengono ormai alimentati senza sosta e alcun ritegno.

 

Dante Livelli
Roma

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