Giovedì, 25 Agosto 2016

Urlando contro il cielo

Il terremoto, la tragedia umana, le responsabilità.

Roma. Notte tra il 23 e il 24 agosto 2016. Ci si sveglia con il letto che ondeggia paurosamente, come mai aveva fatto prima. Il terremoto, ovviamente. La speranza è che l'epicentro sia vicinissimo alla Capitale, così da aver avvertito in maniera più evidente la scossa. Se invece fosse lontano, il rischio di devastazione nelle zone colpite sarebbe enorme.

Si accende la televisione, il personal computer per avere informazioni. Nulla per qualche infinito minuto. Quindi compare una scritta che annuncia in modo vago un terremoto di magnitudo sei al Centro Italia. Poi si apprende che l'epicentro sarebbe in un paesino della provincia di Rieti. Non troppo lontano da Roma ma nemmeno così vicino. Maledizione. Le prime notizie raccontano di danni, non di vittime. Passa circa un'ora, quando compare un titolo che fa rabbrividire: il sindaco di Amatrice (provincia di Rieti) afferma che il paese da lui amministrato, in pratica, non esiste più.
Si cominciano a definire i contorni della tragedia. Inizia la consueta, cinica, filiera sul numero delle vittime. Si parte con tre, poi dieci. Numeri che sono destinati a crescere a dismisura. Lo sappiamo tutti appena compaiono le prime immagini da luoghi colpiti. Mettere a raffronto le foto di una località prima e dopo un terremoto così forte ha in sé qualcosa di sadico ma rende, purtroppo, l'idea. Quel tarlo nell'orecchio ci sussurra che alla fine le vittime saranno nell'ordine delle centinaia, in buon numero bambini. Tutti colpiti, fatalmente e vigliaccamente, nel cuore di una notte di sonno tranquillo. Il tarlo maledetto ha ragione, come sempre. Il resto è cronaca, anche beffarda. Come nel caso di quella famiglia di Accumuli la quale viveva in un'abitazione realizzata con criteri anti-sismici che avrebbe certamente retto alla scossa. Non però al crollo del campanile della chiesa con cui confinava. Quella famiglia, ora, non c'è più.
La forza distruttrice della Natura. Tutti si appellano a questo, a qualcosa di imprevedibile che non dà avvisaglie. Giusto, ma anche molto sbagliato. Poiché tutti, tra le cosiddette istituzioni, sapevano della criticità sismica della zona. Il rischio era immane, ma in Italia si va avanti così dalla notte dei tempi, giorno dopo giorno sperando che il peggio non accada. Stavolta è successo. Di contributi statali o regionali per mettere in sicurezza costruzioni vecchie di centinaia d'anni non si è mai parlato. Magari la cosa avrebbe portato pochi voti alla causa del Governo in carica nel corso degli anni. Ma avrebbe contribuito a salvare vite. Più di mezza Italia, del resto, è edificata su un simbolico filo di rasoio, in precarie equilibrio tra possibili terremoti, frane, smottamenti vari. Non pare però importare a nessuno, tra un condono edilizio e l'altro. Ora è il tempo delle lacrime. E dei proclami. Come quello del premier in carica Matteo Renzi, il quale afferma, con la solita sicurezza capace spesso di sconfinare nella presunzione, che "nessuno sarà lasciato solo". Noi cittadini e soprattutto i senzatetto delle zone colpite ci accontenteremmo del fatto che si facesse qualcosa subito, che il denaro stanziato per la ricostruzione fosse effettivamente destinato a tale causa e non finisse nelle tasche di qualche speculatore d'accatto. Forse si tratta di un'utopia. Intanto, come di consueto, si mostrano le due facce della natura umana: la solidarietà e lo sciacallaggio. Tutto quel che segue ad una tragedia di siffatte proporzioni è divenuto un film già visto sin troppe volte. Con i morti ad essere facilmente dimenticati come i vivi.

 

Davide De Santis

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